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In vista del Congresso…

25 maggio 2013

Riproponiamo l’intervento del coordinatore del Circolo Pd di Trezzano durante l’assemblea di iscritti e simpatizzanti del 12 maggio 2013.

Una riflessione anche in vista del Congresso che si dovrebbe tenere a ottobre 2013.

We had a dream

Noi avevamo il sogno di cambiare l’Italia, di provare a far ripartire il nostro paese dopo quasi un ventennio di egemonia politica del centro destra e del suo padrone. Il sogno è svanito ed ora dobbiamo fare un bagno di realtà. Il sogno è stimolante ma la realtà è salutare e quindi non possiamo piangerci addosso ma attrezzarci al meglio per affrontare le concretezze politiche che abbiamo di fronte.
I sogni sono essenziali perchè indicano delle mete alte da raggiungere e si realizzano quando si incarnano in un progetto strutturato, chiaro e condiviso dai cittadini. Il nostro sogno è stato sostenuto solo da un quarto degli elettori, troppo pochi per trasformarlo in azione politica riformatrice. Il nostro progetto era confuso, non comprensibile per i cittadini, spiegato in modo
incerto e quindi tradiva l’intensità e l’urgenza dei nostri pensieri e volontà? Forse, può darsi, però quello che rimane è che ha avuto l’appoggio solo del 25% dei cittadini elettori. Da qui nasce il problema, perchè se alla Camera i nostri deputati sono la maggioranza, al Senato non lo sono.
Nasce quindi l’esigenza delle alleanze per far nascere un governo. L’alleanza elettorale con SEL non è stata sufficiente, i numeri non ci sono, anche a causa di un deludente risultato elettorale del partito
di Vendola che non ha intercettato il voto di protesta, andato invece ai grillini. Il partito di Monti e Casini non ha sfondato le linee del PDL e anche in questo caso i delusi berlusconiani si sono orientati al non voto o verso M5S. Un apporto dei centristi in appoggio al centro sinistra non sarebbe stato sufficiente per avere la maggioranza numerica anche al Senato. In più ci sarebbe stato il problema della compatibilità politica tra Vendola e Monti. Le uniche possibilità per la formazione
di un esecutivo erano un’ alleanza PD, SEL, M5S oppure PD, PDL, altro non c’era.gov letta2

Bersani incaricato di formare il governo, in coerenza con il programma elettorale, ha evidenziato otto punti come base programmatica per il futuro esecutivo di cambiamento. Da qui è partito per consultare le
altre forze politiche con l’idea che da M5S ci potesse essere, se non una piena assunzione di responsabilità entrando in maggioranza, perlomeno un ‘astensione al momento della fiducia che poi consentisse al governo e al parlamento di predisporre e approvare quelle misure sulle quali anche i
grillini in campagna elettorale avevano battuto con forza ( legge elettorale, costi della politica, far ripartire l’economia ecc.). Era l’occasione storica per mettere nell’angolo la destra berlusconiana e dare un segno completamente diverso al nostro paese. Ma il paradigma politico di Grillo (solo noi siamo il nuovo, il bene, i salvatori, gli altri, tutti delle merdacce) non ha permesso di cogliere
l’occasione storica del cambiamento possibile; “Bersani mai” è la sintesi dei due capigruppo grillini
Crimi e Lombardi. A rendere ancora più complesso il quadro politico era la scadenza del settennato
del Capo dello Stato che poneva due problemi. Il primo, per norma costituzionale, l’impossibilità
dello scioglimento delle Camere da parte di Napolitano, presidente uscente, qualora il governo del
cambiamento di Bersani non avesse ottenuto la fiducia al Senato, il secondo la ricerca di un
candidato il più possibile condiviso alla massima carica dello Stato. L’impossibilità per Bersani di
garantire una maggioranza certa e predeterminata in Parlamento così come richiesto dal Presidente
della Repubblica ha creato quello che non si doveva creare, il congelamento della formazione del
nuovo governo da una parte e dall’altra le trattative tra le forze politiche per la scelta del nuovo
Capo dello Stato che si sono fatalmente sovrapposte, quasi fondendosi, a quelle per l’esecutivo. Così
il nome del successore di Napolitano, da garante della Costituzione e figura super partes che
rappresenta tutti gli italiani è diventato il grimaldello per forzare le scelte a favore di una formula di
governo o un’altra. E la maionese è impazzita. Marini non ha avuto i voti necessari perchè,
esplicitamente, una parte dei nostri parlamentari lo riteneva (a torto o a ragione) propiziatore o
frutto dell’accordo per le cosiddette larghe intese tra PD e PDL. Prodi, il padre dell’Ulivo e del
Partito Democratico, è stato impallinato da 101 nostri franchi tiratori che nel segreto dell’urna non
lo hanno votato. Vendicare Marini oppure i voti non sono arrivati perchè Prodi avrebbe ostacolato
l’accordo delle larghe intese? Una parte del partito sosteneva l’accordo con il PDL e affossare Prodi
significava affossare Bersani e la sua linea, “con il PDL mai” coerente con il programma elettorale e
con il governo del cambiamento. Ora avere opzioni diverse di linea politica in un grande partito è
non solo lecito ma doveroso. Ci sono i luoghi dove discutere e decidere democraticamente, imporre
cambi di linea politica in tal modo è da irresponsabili e da vigliacchi. Da fucilare sul campo se si
conoscessero i nomi dei 101. Gli iscritti delle sezioni democratiche approverebbero. Colpito dal
fuoco amico e sotto i tiri di M5S, “Solo e sempre Rodotà”, “Gli italiani vogliono Rodotà”, (povero
Rodotà giunto terzo alle quirinarie grilline con 4.677 voti on-line dopo Milena Gabanelli e Gino
Strada) ci siamo dovuti arrendere e chiedere a Napolitano di ricandidarsi. Dalla riconferma di
Napolitano è nato il governo Letta, il nostro vicesegretario primo ministro e Alfano vicepremier e
ministro dell’interno. Un governo PD, PDL; quello che noi non volevamo e che Berlusconi e Grillo
per motivi diversi volevano. Il sogno è finito e ora dobbiamo affrontare la realtà. Possiamo e
dobbiamo dire che non è il governo che avevamo proposto agli elettori, ma dobbiamo dire che è
anche il nostro governo e che Letta è il Presidente del Consiglio del Partito Democratico. Se così
non fosse si indebolirebbe Letta e il Partito Democratico rimarrebbe ancora una volta sulla difensiva
sotto le bordate berlusconiane che detterebbero l’agenda politica. Sta già accadendo con l’IMU che
Berlusconi vuole abolire e restituire. Intanto diciamo con forza che un provvedimento di tal genere
provocherebbe gravi problemi nei bilanci dei comuni e quindi una riduzione dei servizi per i
cittadini, soprattutto per i più deboli che vanno difesi alleggerendo l’imposta sulla casa per i ceti
popolari e anche sulle attività produttive bilanciandola con pesi maggiori per i grandi patrimoni
immobiliari. Poi perché non rilanciamo con la diminuzione del cuneo fiscale, ovvero meno oneri
per le imprese e più soldi in busta paga per i lavoratori? Individuiamo pochi punti forti dal nostro
programma e facciamoli diventare agenda politica. Abbiamo i nostri ministri al governo in posizioni
decisive per lo sviluppo sociale del paese, sviluppo economico, istruzione, integrazione, cultura,
ambiente, pari opportunità. Diamo loro materiali per valorizzare la loro azione di governo e
caratterizzare la nostra presenza nell’esecutivo.
Questi temi sono strettamente intrecciati al percorso congressuale. Se non ci guardiamo l’ombelico
ma al contrario guardiamo i problemi quotidiani dei cittadini c’e la possiamo fare. Se usciamo dalla
logica dei nomi e ci affidiamo invece all’analisi dei problemi reali e condivisi, anche un duro
dibattito sulle soluzioni e sulla squadra che dovrà proporle agli italiani, non ci dividerà, perché
l’identità del partito e la sua visione ideale sarà finalmente chiara. Non sarà più un partito di ex
qualcosa, come ora ci dipingono i giornali, ma di democratici ovvero la sintesi più alta delle culture
riformiste e sociali del nostro paese. In tale senso, a mio parere, la scelta di Epifani come segretario
che ci porterà al congresso è quella giusta. Come ex segretario generale della CGIL sa come guidare
una grande organizzazione con diverse anime, e ben conosce i problemi degli italiani che lavorano,
e quindi questa sua esperienza è cruciale per portare il nostro partito al congresso attraverso un
dibattito serrato e senza ambiguità con l’obiettivo di ricostruire il rapporto con il nostro elettorato
reale e potenziale, che ci vede come speranza per una vita migliore ma che ci giudica inadeguato nei
momenti cruciali delle sfide con la complessità della realtà e le ineguaglianze della società.
Proprio in vista del dibattito congressuale che deve essere aperto e sciolto da ipoteche di corrente o
peggio da cordate legate al dirigente nazionale di riferimento, i militanti e gli iscritti, anche se
delusi, non devono lasciare il Partito se vogliono ridare slancio al Partito Democratico. Al contrario
devono parlare e discutere con i simpatizzanti e con il popolo delle primarie perché entrino a pieno
titolo nel partito portando le loro nuove idee al congresso, tanto più se sono critiche (per affetto)
sulla linea nazionale di questi anni e sui comportamenti dei dirigenti. È l’occasione per rinnovare il
PD mettendolo in sintonia con il suo popolo. I democratici devono aprirsi ed essere inclusivi, e
coloro che ci guardano con speranza e con senso critico devono mettersi in gioco se vogliamo che il
nostro e il loro partito sia il motore del cambiamento.

Per un’Italia bene comune è indispensabile un Partito Democratico bene comune.

Dario Manzo

Coordinatore Circolo Pd Trezzano

 

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