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2011: un anno di manovre da 75 miliardi. Ovvero “il trionfo delle idee fallite”

5 gennaio 2012
di  STEFANO FASSINA   responsabile economia e lavoro del Pd
Austerità. Svalutazione del lavoro. Aumento delle diseguaglianze. In Europa e in Italia domina ancora il neoliberismo. Che ci ha portato dritti dentro la crisi.

La scia di manovre correttive di finanza pubblica ha raggiunto in Italia la cifra di 75 miliardi per il 2012 ed oltre 100 miliardi all’anno dal 2013, ossia il 5 per cento del Pil l’anno prossimo ed oltre 7 punti di Pil dall’anno successivo. Eppure l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni resta lontano dal pareggio, il debito pubblico è stabile oltre la soglia del 120 per cento del Pil. E gli stramaledetti spread resistono tenacemente intorno a 500 punti base, ossia 5 punti percentuali in più rispetto gli interessi pagati dai titoli di debito tedeschi. Perché? La ragione è semplice, se si guarda alla realtà senza gli occhiali deformanti dell’ideologia di moda nell’ultimo trentennio. La ragione sta nella ostinata interpretazione della finanza pubblica come origine di tutti i problemi. La ragione sta nella lettura dei rischi di rottura della moneta unica in relazione alla dicotomia “Paesi virtuosi – Paesi peccatori”. La ragione sta nella autistica applicazione, nonostante i disastri prodotti, del paradigma e della ricetta neoliberista: svalutazione reale dei salari e “austerità senza se e senza ma”. Con la convinzione che ciò serva a recuperare in esportazioni la caduta della domanda interna depressa dall’aumento delle diseguaglianze sociali. Purtroppo la realtà non rileva: in Europa e negli Usa non si vede l’uscita dal tunnel della recessione, e in Italia, come certifica l’Istat, siamo ormai in depressione. Eppure sulle due sponde dell’Atlantico continuiamo a essere vittime di quello che il premio nobel Paul Krugman chiama «il trionfo delle idee fallite». Negli Stati Uniti, torna in vita uno zombie come Newt Gingrich, candidato alle primarie dei repubblicani per le presidenziali del2012. InEuropa i conservatori tedeschi, con la loro ossessione verso il deficit pubblico, continuano a segnare la rotta. E in Italia imperversano gli Alesina e i Giavazzi, amplificati da interessi corporativi miopi. Ultimo obiettivo, in ordine di tempo, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Giustificato strumentalizzando il tema condiviso dell’equità, in particolare verso i giovani. Si contrappone senza alcun imbarazzo la generazione 1000 euro dei figli a quella 1200 euro dei padri, nascondendo dietro una questione generazionale una questione prettamente sociale. Basti pensare che ci sono oggi 400-500mila dipendenti a tempo indeterminato coperti dall’articolo 18 che hanno perso il posto di lavoro. Interessi miopi e ideologie fallite dominano purtroppo anche a Bruxelles. La crisi dell’euro non dipende dagli squilibri della finanza pubblica dei cosiddetti Piigs. Meglio, non ha nulla a che vedere con la finanza pubblica. È dovuta alle differenze di competitività presenti nell’area della moneta unica: i “virtuosi” tedeschi e i loro vicini (Austria, Olanda) accumulano enormi avanzi della bilancia dei pagamenti grazie ai “peccatori” delle periferie (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e Irlanda). Il rischio di tenuta dell’euro è dovuto alla caduta della domanda aggregata conseguente alla aumento delle disuguaglianze a loro volta alimentate dalla regressione del lavoro. ll vertice Ue di Bruxelles dell’8 e 9 dicembre continua a seguire la strada sbagliata, quella indicata dalla signora Merkel. L’accordo intergovernativo propone di rendere più cogente una linea di austerità suicida, in larga misura già recepita nel “six packs” (il pacchetto pro austerity approvato nei mesi scorsi dal Parlamento europeo). Manca del tutto, invece, lo spazio per interventi di sostegno a uno sviluppo sostenibile. L’unica speranza per attenuare i sempre più gravi danni sociali, economici e democratici è affidata agli acquisti da parte della Bce dei titoli di debito dei Paesi in difficoltà e al comportamento delle banche private inondate di liquidità. Tutto ciò nonostante il Fondo monetario qualche mese fa abbia radicalmente confutato queste tesi.

Studiando numerosi casi di aggiustamenti di bilancio pubblico, l’Fmi trova un risultato a primo sguardo banale, eppure aspramente negato nell’ultimo ventennio: le politiche restrittive sono sempre recessive. Non importa se fatte dal lato delle entrate o dal lato delle spese. Al punto in cui siamo, dovrebbe essere chiara la posta in gioco. Rischiamo una lunga e drammatica depressione economica, insostenibili disuguaglianze sociali, la fine della civiltà del lavoro e lo svuotamento populista delle democrazie basate su classi medie che hanno ormai perduto sicurezza e benessere. Insomma, siamo a un passo dalla fine del modello sociale europeo, dalla rottura dell’euro e della Ue. Senza la quale, resterebbe la inevitabile irrilevanza degli Stati nazionali del vecchio continente nel secolo asiatico. La linea da seguire è opposta all’austerità autolesionista. Lo ripetono anche i liberal statunitensi, persino gli editoriali del Financial Times. Lo chiedono i sindacati e i progressisti europei. Anche il Pd, il Pse, i Verdi che a Bruxelles hanno votato contro il “six packs”. Serve una correzione degli squilibri macroeconomici dell’area euro e il riavvio della domanda, tramite l’innalzamento delle retribuzioni tedesche in linea con la produttività e nuovi investimenti pubblici. A finanziarli potrebbero essere gli europroject bonds e una tassa sulle transazioni finanziarie. La Bce,  e autorizzata a fare da prestatore di ultima istanza, potrebbe agilmente fare da garante per i titoli emessi dagli Stati. Serve più Europa: un’agenzia per il debito, il coordinamento delle politiche  retributive, l’armonizzazione delle politiche fiscali. Per   r tutto ciò servono, infine, sedi democraticamente legittimate di sovranità condivisa. Non possiamo seguire conservatori e tecnocrati, il cui sguardo è rivolto indietro. I progressisti non devono diventare corresponsabili di un disastro annunciato. Se non vogliono essere inutili, se vogliono ritrovare il proprio senso storico, se vogliono impedire un disastro per la democrazia, prima ancora che per l’economia, i progressisti hanno bisogno di un paradigma culturale autonomo.

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