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Le parole che non vogliamo più sentire

13 novembre 2011

Il 12 novembre si è chiusa, forse, un’esperienza ventennale di riduzione delle garanzie democratiche in Italia, di imbarbarimento della politica, di perdita di prestigio e di indipendenza del potere legislativo. Con il tempo, a bocce ferme, storici e politologi analizzeranno tutti gli aspetti di questo ventennio cupo, ignorante ed egoista che, forse, ci stiamo lasciando alle spalle.

Un aspetto però vogliamo toccarlo da subito: quello del linguaggio e delle parole. Berlusconi è stato, a suo modo, bravissimo nel distorcere il significato delle parole, nell’inventarne di nuove, nell’imporre un vocabolario imbastardito e stuprato a tutti, anche ai giornalisti, anche a noi della sinistra che spesso, con una sorta di complesso di inferiorità, abbiamo accettato di scendere sul suo livello, invece di rivendicare un sacro rispetto per la lingua e per il suo significato.

Ci sono dunque alcune parole che non vogliamo più sentire, che ci auguriamo spariscano insieme a Berlusconi e al berlusconismo:
giustizialismo: questa parola non esisteva, prima di Berlusconi. O meglio, esisteva solo per indicare un movimento politico argentino della metà del XX secolo. Con Berlusconi invece è divenatata una sorta di insulto (grazie al sistema che vedremo in seguito di screditare tutti gli -ismi, tranne il liberismo ça va sans dire). Chiunque creda nella legalità, nella certezza della pena, nel rispetto per la magistratura, chiunque non veda di buon occhio le eccessive garanzie per la difesa diventa un giustizialista e le sue posizioni e punti di vista vengono marcate come inaccettabili, indegne, antidemocratiche.
giacobino: i giacobini ovviamente sono esistiti, nella Francia di fine XVIII secolo. Sono stati un club, come si diceva allora, che ha dato un contributo notevole alla prima fase della rivoluzione, protagonisti della svolta repubblicana del 1792, ma anche della deriva terrorista del 1793-94. Il giudizio sul loro operato, come su qualsiasi movimento storico, è ovviamente molto complesso e va in ogni caso collocato nel contesto dell’epoca. Grazie a (o per colpa di) Berlusconi invece Giacobino è diventato chiunque crede che l’etica sia centrale nell’azione politica, con il sottointeso che chi critica la corruzione e chiede che i corrotti lascino la politica è pronto a tagliare teste con la ghigliottina.
comunicazione: forse è il lascito più grave del berlusconismo e quello che più è dilagato anche dalla nostra parte politica: la convinzione che la forma prevalga sulla sostanza e che per fare politica in modo efficace è necessario essere belli, dal sorriso smagliante, senza barba e baffi, ben vestiti e sapersi vendere bene con battute, vezzi, tecniche retoriche che nascondano un grande vuoto di idee. E così, eccoci anche noi a cercare il bravo parlatore, quello che inventa buoni slogan, quello che viene bene sui manifesti. Scordando che l’unico che, per ben due volte, ha battuto Berlusconi è stato Romano Prodi: non certo un grande comunicatore, ma un grande politico che ha avuto con sé la forza delle sue idee e del suo progetto.
garantiti: diciamolo una volta per tutte: le garanzie per i lavoratori sono una cosa positiva! Anzi, uno stato è degno di tal nome solo se riesce a garantire tutti i suoi cittadini. E’ del tutto inaccettabile che ormai nel discorso politico garantiti sia divenuto sinonimo di privilegiati (e anche in questo caso anche tra noi di sinistra). E così chi è “garantito” viene ora considerato esecrabile, quasi che la condizione dei non-garantiti (che purtroppo sono tantissimi) fosse colpa sua. Noi oggi, alla caduta di Berlusconi, dobbiamo gridare con forza che vogliamo che tutti siano garantiti, perché noi le garanzie le difendiamo.
laicismo: altra parola inventata da Berlusconi e dai suoi sgherri, altro uso ingannevole del suffisso -ismo. Come a dire che chi chiede che la religione resti nella sfera privata non è degno di partecipare alla vita politica, che chi auspica che le decisioni pubbliche non siano influenzate dalla chiesa è un pericoloso sovversivo o un distruttore della cultura italiana.
statalismo: come per le garanzie, diciamolo forte: fare parte di uno stato è non solo necessario, ma perfino desiderabile. E’ nello stato, nella vita pubblica, nel riconoscersi parte di una comunità che non sia solo portatrice di interessi particolari (la società civile), ma cerchi il bene comune, che l’individuo può trovare piena e completa realizzazione. Queste cose le scriveva già Hegel all’inizio dell’ottocento, ora dovremmo ripeterle con energia e forza.
mettere le mani nelle tasche: riferito alle imposte ovviamente. E invece le imposte non sono un furto, come le ha presentate Berlusconi in questi vent’anni, bensì l’unico mezzo con il quale chi ha di più può contribuire a offrire servizi a chi ha di meno. Non saranno forse una “cosa bellissima”, ma sono un dovere civico ineludibile, che andrebbe assolto con orgoglio. C’è invece un vero “mettere le mani delle tasche”: è tagliare i servizi pubblici costringendo i cittadini a rivolgersi al privato. E in questo Berlusconi e i suoi sono stati maestri: nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nell’assistenza.

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