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Un’interessante analisi sui partiti carismatici e il Pd

8 settembre 2010

Cito dal sito qui sotto riportato, che qualcuno avrà già letto, ma che mi sembra tratti un argomento sempre più sentito:

Si susseguono, nei blog e sui giornali, e tra molti commentatori, le lamentele per il “silenzio”, e le “divisioni” del Pd, tanto più rilevanti in quanto il momento politico appare incandescente. Le parole e le proposte di Bersani sono giudicate, quasi unanimemente, poco efficaci, non all’altezza, e lo stesso vale per gli interventi degli altri leader, che anzi paiono accentuare il senso comune di un partito diviso e quasi tramortito.
Perché la comunicazione del Pd appare così inefficace? Non è certo mancanza di quantità. Il segretario e i dirigenti del Pd, esattamente come quelli degli altri partiti, inondano le agenzie quotidianamente di interventi, commenti, polemiche e così via. C’è sicuramente il problema, grave e irrisolto, dello squilibrio informativo, che esalta dichiarazioni spesso surreali e scomposte degli esponenti del centrodestra (Bossi, ad esempio), e mette la museruola a quelle del centrosinistra. È anche vero però che l’insoddisfazione sembra più marcata tra i militanti del Pd, rispetto a Di Pietro e Vendola che, al contrario, sono comunemente giudicati molto più “convincenti” ed “efficaci”.
 
L’articolo prosegue evidenziando le differenze fra gli storici partiti “ideologici”, Pci e Dc e i partiti “carismatici”.
 Il modello carismatico è l’essenza stessa del Pdl berlusconiano, ma domina anche nei partiti medio piccoli, (l’Idv di Di Pietro, l’Udc di Casini, la Sel di Vendola, ma anche il movimento di Fini e quello di Grillo). In questi casi, il partito si identifica sostanzialmente con il leader, e in esso trova la sua unità. La parola del leader è legge, ed è l’unica voce autorizzata: gli altri dirigenti sono dei sottoposti, il loro ruolo è solo quello di ripetere la verità proclamata dal leader nelle occasioni più diverse, e nelle forme più opportune. Il dissenso, anche se il partito ha uno statuto apparentemente democratico, nei fatti non è ammesso. Tant’è vero che un forte dissidio di linea politica si trasforma velocemente in una rottura totale, così come è avvenuto nel Pdl.
[…] La Lega, invece, è un partito “ideologico”, in cui i militanti contano sì, ma non decidono. Il loro ruolo è “occupare” il territorio, fare propaganda…
 
Il nostro partito è differente:
È evidente che il Pd è un partito che non corrisponde né al primo né al secondo modello. La scelta del leader attraverso le primarie, e il fatto che il ruolo sia contendibile, toglie ogni forza carismatica al segretario (tranne quella che possa dimostrare per virtù personali), e il fatto che i militanti siano chiamati a scelte e decisioni continue, anche sul piano locale, che siano organizzati in correnti, o in gruppi di opinione, rende impossibile trattarli come pura e semplice “macchina di propaganda”. Il modello partito del Pd, che definiremo “dialettico”, in Europa è vincente (tranne nelle forze populiste e di ultra destra), ma in Italia resta un unicum.
 
E’ evidente che noi tutti siamo orgogliosi di appartenere a un partito moderno e democratico, anche se viviamo qualche frustrazione quando constatiamo che il messaggio dei nostri leader sembra non aver presa sull’elettorato, nonostante il grande sforzo profuso nel lavoro di base da parte dei militanti.
Intendiamoci, anche a un partito “dialettico”, come il Pd, sarebbe utile un leader carismatico, alla Obam,  e parole d’ordine ben più forti delle attuali.
 
In questi giorni si sono viste prese di posizione molto critiche nei confronti di alcuni dirigenti da parte del popole del Pd, ad es. a proposito dell’agibilità politica data a un Dell’Utri condannato per mafia, o ad uno Schifani in sospetto (e qualcosa di più) di contiguità con la mafia.
Contemporaneamente abbiamo assistito ad un’accoglienza calorosa (e qualcosa di più) verso un Nicki Vendola che molti auspicano  candidato alle primarie.
Cosa pensare di tutto ciò? Cosa possiamo apprendere da questi fatti? Ci dicono qualcosa sul livello di consenso del Pd in questo momento? e sul bisogno di un candidato riconoscibile e trascinante?
 E soprattutto, come conciliare il bisogno di un leader carismatico con le giuste istanze di pluralità e diritto di critica da parte della base?
Nel nostro partito, grazie al cielo, non abbiamo un duce che ci conduce, per questo abbiamo ancor più bisogno di una leadership di grande spessore che sia ad un tempo propositiva e ricettiva.
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